| Niccolò
Piccinni, uno dei più grandi geni musicali del
XVIII secolo, nacque a Bari il 16 gennaio 1728, all'alba
del secolo dei lumi.
La passione di Niccolò per la musica si manifestò
sin dall'infanzia. Guidato da suo zio, Gaetano Latilla,
il piccolo Niccolò iniziò i suoi studi
di musica a Bari. Non senza fatica, egli riuscì
a convincere il padre che quella era la vita che sognava.
I teatri, i concerti, l'espressione delle umane passioni
attraverso la musica. Un ideale ben lontano dalle aspirazioni
del suo genitore, il quale sognava un futuro da prete
per Niccolò. Ma, l'indole artistica del figlio
appariva chiara ed inequivocabile. Contrastarla non
sarebbe stato possibile.
A 25 anni, Piccinni ebbe l'opportunità di recarsi
a Napoli, capitale della musica, il cui cuore pulsava
tra gli stucchi dorati ed il velluto rosso del teatro
San Carlo. Entrato nel conservatorio musicale di S.
Onofrio, studiò sotto la direzione del maestro
Francesco Durante. Nel 1756 mise in scena il suo primo
lavoro: Zenobia, su libretto di Metastasio. Piccinni
fu uno dei maestri dell'opera buffa napoletana, la quale
ebbe nell'andriese Carlo Broschi detto Farinelli il
suo più celebre interprete.
Nel
1758, Piccinni si trasferì a Roma assieme alla
sua famiglia. La città eterna divenne sua musa
ispiratrice, per quello che, fuor d'ogni dubbio, va
considerato il suo capolavoro: La Cecchina ossia la
buona figliuola. Rappresentata per la prima volta nel
1760, quest'opera fu applaudita ed osannata in tutte
le capitali d'Europa.
L'esperienza romana fu seguita da un lungo soggiorno
a Parigi. Qui, Piccinni giunse nel 1776, accogliendo
un personale invito rivoltogli dalla regina Maria Antonietta.
A Parigi, fu coinvolto in durissime dispute artistiche
con altri compositori, tra cui il tedesco Christoph
Gluck e, successivamente, l'italiano Antonio Sacchini.
La rivalità con Gluck sfociò in un vero
e proprio duello. I due decisero di musicare lo stesso
dramma, Ifigenia in Tauride, per vedere quale versione,
fra la picciniana e la gluckiana, avrebbe riscosso maggior
successo tra il pubblico francese. Il tedesco ebbe la
meglio, la sua opera rappresentata nel 1779 fu acclamata,
mentre la versione di Piccinni venne accolta con freddezza.
Ad ogni modo, Niccolò Piccinni continuò
a godere della stima e dell'approvazione francese per
molti anni. Nel 1783 la sua Didon riscosse un grande
successo e fu rappresentata in tutti i teatri della
Ville Lumière.
Quando
l'89 francese scoppiò con furia terribile e dirompente,
in Francia non rimase più spazio per la celebrazione
artistica della vita. Per questo, Piccinni decise di
far ritorno nella sua Napoli. Alcuni anni più
tardi, però, i venti rivoluzionari giunsero anche
nel Regno, e Piccinni cadde in disgrazia presso la corte
a causa del matrimonio di una delle sue figlie con un
francese d'idee repubblicane. Furono anni duri, durante
i quali egli visse umilmente dedicandosi alla composizione
di musiche sacre.
Stanco dell'ottusità dei governanti napoletani,
Piccinni decise di far ritorno a Parigi. Qui, nel 1798,
fu accolto con tutti gli onori che si devono ad un grande
artista. Il governo gli fece avere una pensione e 5000
franchi d'indennità per i danni che la Rivoluzione
gli aveva causato. Due anni dopo, Napoleone lo nominò
ispettore del conservatorio.
Ma, le tribolazioni che Piccinni aveva patito negli
ultimi tempi, avevano assorbito gran parte delle energie
del maestro barese, il quale si spense a Passy, il 7
maggio 1800.
Testo: Nicola Di Molfetta
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