| Sessantaquattro
anni dedicati interamente al Teatro. È Carmelo
Bene (01/09/1937 - 16/03/2002) il protagonista di questa
storia di cui ho avuto la fortuna d’essere testimone
sei anni fa.
Roma, Teatro Argentina. Andava in scena Amleto Suite.
Sul palco incorniciato da paramenti decadenti, l’attore.
Il principe di Danimarca. Che stufo della prigionia
a cui il drammaturgo William Shakespeare lo aveva condannato,
decide di fuggire. O almeno ci prova. E invita Ofelia
a seguirlo. Non il convento per la bella Ofelia, ma
la vita e l’amore.
Accecato dalla vanità della quale solo un genio
può essere capace, Carmelo Bene è riuscito
a diventare uno dei più grandi attori italiani
di tutti i tempi. Amato e odiato. Ma indiscutibilmente
grande.
È il Salento, e precisamente la città
di Campi Salentina, a dargli i primi natali. Di questa
terra ha preso la fantasia ed un po’ di quella
sacra follia che ha nutrito ogni sua interpretazione
rendendolo eterno.
Il suo esordio data 1959. Recitò nei panni del
"Caligola" di Camus. Un’interpretazione
dissacrante, in cui già poteva intendersi che
questo essere dagli occhi spiritati, volava al di sopra
di ogni schema.
Troppo. L’Accademia d’Arte Drammatica non
poteva tollerare tanto zelo ed emise presto la sua sentenza:
Bene non può fare l’attore.
La storia però avrebbe pronunciato un verdetto
ben diverso. Carmelo Bene fu Pinocchio, Riccardo III,
Macbeth, Adelchi e Manfred.
Carmelo Bene non era di quegli attori inorriditi dalla
televisione. Amava essere al centro dell’attenzione
di un pubblico assolutamente inconsapevole. Fare citazioni
incomprensibili e scioccare i benpensanti con frasi
irriguardose verso i più intoccabili tra gli
intoccabili. Resta memorabile il putiferio sollevato
da una sua tagliente battuta su dio e sul papa nel corso
della trasmissione "Macao" (1997 - regia Gianni
Boncompagni, condotta da Alba Parietti). L’ultima
censura la subì dalla curia orantina che l’estate
scorsa gli vietò di leggere il XXIII canto del
Paradiso dantesco nella cattedrale.
Il tetro presagio del dissolvimento della sua corporeità
non lo ha mai fatto tremare. I morti erano coloro i
quali riempivano le platee per assistere ai suoi spettacoli
o ai suoi interventi pubblici. Lui era oltre. In quella
dimensione metatemporale che appartiene solo agli uomini
d’arte. L’eternità per Carmelo Bene,
non era un concetto, bensì una condizione esistenziale.
La sua scomparsa lo ha restituito in pieno a quella
dimensione, con buona pace di chi lo amò, lo
odiò o non si accorse neppure del suo passare.
Testo: Nicola Di Molfetta
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