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 NICOLA ARIGLIANO 

All'inizio lo chiamavano "il brutto che canta 'o jazz!". Si, probabilmente bello non lo è mai stato ma la definizione non gli garbava. Fu lui stesso a suggerire invece "il cantante che non canta". In effetti al microfono Nicola Arigliano non si limita a dare sfoggio di una voce fra le più raffinate che ci siano in Italia. Un testo musicale rende al meglio se si rispettano le pause, i silenzi, gli accenti, le virgole e i punti e virgola: attraverso le canzoni lui "conversa" con il suo pubblico.
Per molti è un nome relativamente nuovo. L'affermazione fa sorridere, in quanto stiamo parlando di un arzillo signore che viaggia spedito ed in gran forma verso gli ottanta anni (li compirà il prossimo 6 dicembre). Ma gli appassionati di jazz conoscono bene quel cantante nativo di Squinzano (LE), autore ed interprete di brani indimenticabili, che giovanissimo lasciò la sua Puglia per inseguire (riuscendovi) il grande sogno al nord, a Milano. A quei tempi suonava sax, batteria e contrabbasso e studiava composizione con il maestro Corradini. Frequentava i nomi più importanti del panorama jazz: da Franco Cerri a Gianni Basso, fino a Renato Sellani, artisti grazie ai quali ebbe modo di affinare il suo talento. Di lui colpiva la professionalità unita alla grande personalità e carisma con il quale sapeva condurre da perfetto frontman gli spettacoli davanti alle platee più esigenti. Il suo repertorio variava dallo swing italiano a quello americano in un arco di tempo compreso dagli anni Trenta agli anni Sessanta e dal quale amava attingere soprattutto le canzoni più grottesche, vicine alla sua personalità ricca di vitalità, passione, allegria, complicità ed anche malinconia, tipica del perfetto crooner (intrattenitore): fra i maggiori successi, le interpretazioni di "Permette signorina", "Amorevole", "I sing ammore", "È solo questione di tempo" e le personalissime versioni di cover italiane, da "Arrivederci" di Umberto Bindi a "Jessica" di Bruno Martino.
Il grande pubblico lo conobbe grazie alla pubblicità dell'amaro Antonetto, di cui Arigliano è stato testimonial per 27 anni. Nel 1964, pressato dalla sua casa discografica, accettò di partecipare al Festival della canzone italiana di Sanremo ponendo come unica condizione quella di presentare un pezzo lontano da ogni standard della kermesse sanremese: un testo parodistico dal titolo "Venti chilometri al giorno", firmato dal giovane Mogol. Tentò anche l'avventura nel cinema quando Mario Monicelli lo volle nella sua Grande Guerra, ma l'episodio restò isolato: lui, maestro dell'improvvisazione sul palco, non si poteva che mal adattare ad un ambiente troppo legato allo studio mnemonico di un copione.
Verso la fine degli anni '60 si allontanò gradualmente dal mondo dello spettacolo, stanco dei compromessi con i quali doveva sempre convivere un artista di fama, ritirandosi nella quiete di Magliano Sabina (campagna fra Rieti e Terni) e continuando comunque a realizzare dischi e a tenere concerti in club esclusivi.
Da allora sono passati molti anni e il nome e la musica di Nicola Arigliano per un grosso periodo hanno continuano ad esistere solo nei ricordi di pochi affezionati fan. Nel 1996, l'improvviso exploit: trionfo al Premio Tenco grazie all'eccellente cd "I sing ancora". Da allora in poi comincia per lui una seconda, folgorante, carriera: acclamati concerti accompagnato da musicisti di grande fama internazionale, ottime recensioni da parte della critica e soprattutto altri due nuovi cd, "Go man!" (con "Marilù", "Permettete signorina", "Maramao perché sei morto", "Nebbia", "I sing ammore") e "My name is Pasquale" (sedici canzoni di autori americani, tutti classici del repertorio jazz internazionale, con musiche a cura dei suoi "fedelissimi" Antonello Vannucchi al pianoforte, Giampaolo Ascolese alla batteria ed Elio Tatti al contrabbasso).
My name is Pasquale è anche il nome di un libro (184 pagine - euro 18,00) a lui dedicato e pubblicato dall’editrice Stampa Alternativa. Si tratta di una biografia realizzata attraverso varie interviste e curata da Ernesto De Pascale e Michele Manzotti. Oltre a riportare conversazioni con l’ottantenne crooner, il libro si avvale delle testimonianze di jazzisti, compositori e autori che gli sono stati vicini nella sua lunga carriera, tra i quali Pino Massara, Vito Pallavicini e Bruno De Filippi, oltre ai già citati Franco Cerri, Gianni Basso e Renato Sellani.

Testo: Raffaele Dambra

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